Una cosa che ho sempre fatto fatica a sopportare sono le persone che si lamentano molto — la loro energia negativa mi infastidisce e per questo tendo a stare lontano dalle persone lagnose.
Riflettendo su questo aspetto, negli ultimi anni ho imparato molto anche su me stesso.
La prima cosa di cui mi sono reso conto è che se mi trovo in difficoltà con chi si lamenta è perché non riesco a voler bene a quella parte di me che tende a lagnarsi.
Così ho imparato a cercare il lamentoso che c’è in me e a volergli bene, il che è rivoluzionario! Significa che mi sento autorizzato a lamentarmi, a sentirmi bistrattato e a non provare gioia o gratitudine. Ho il permesso di essere semplicemente ciò che sono in ogni istante, e in alcuni momenti mi capita di essere lagnoso.
Il secondo insegnamento che ho tratto è che posso trasformare la lamentela se mi rendo conto che si può scindere in due componenti:
- In fin dei conti, una lamentela è, almeno in parte, una richiesta: potresti per favore fare così e non cosà? Se ci lamentiamo di qualcuno stiamo sotto sotto chiedendogli di comportarsi diversamente. Fare luce sulla mia richiesta mi mette in condizione di esplicitarla in maniera chiara e diretta.
- Nella lamentela c’è anche una componente di sofferenza. Non è una semplice richiesta, perché se ci lamentiamo significa che in qualche modo ci sentiamo feriti. A volte il motivo della sofferenza non è evidente nemmeno a noi stessi, ma da qualche parte c’è una ferita. Se disapprovo il modo di agire di qualcuno, di solito è perché in ciò che fa c’è qualcosa che mi esaspera o che mi arreca dolore.
Ora che sappiamo cosa c’è dietro, possiamo affrontare ogni lamentela agendo sui due aspetti che la compongono: richiesta e sofferenza.
In primo luogo possiamo occuparci della sofferenza: riusciamo a individuare la parte di noi che si sente ferita dalle azioni altrui (o dalla situazione)? Cosa possiamo fare per alleviare il dolore? Nel mio caso, riconoscere semplicemente l’esistenza di una ferita e prestarle un po’ di amorevole attenzione mi dà già un grande sollievo. In alcuni casi parlo direttamente con la persona interessata se confido nel fatto che ci tenga a non arrecarmi dolore.
A questo proposito aggiungo che ogni volta che qualcuno si lamenta (anche se sei tu l’oggetto della lamentela), la prima cosa da fare è riconoscere la sua sofferenza e dimostrare che ti sta a cuore.
A questo punto possiamo cercare la richiesta nascosta nella lamentela. Possiamo individuare cosa vorremmo che cambiasse nel modo di fare dell’altra persona o nella situazione, per poi avanzare una richiesta o passare all’azione. Questo ci fa sentire di avere il controllo.
Se invece a lamentarsi è qualcun altro, oltre a preoccuparci della sua sofferenza, possiamo domandare se ha qualche richiesta. Può darsi che faccia resistenza a questa domanda, perché per molti è più sicuro lamentarsi che rendersi vulnerabili chiedendo qualcosa. Ma possiamo dire qualcosa come: “Va bene, capisco che questa cosa non ti vada a genio e ti domando: se potessi indurmi a cambiare il mio comportamento, cosa vorresti che facessi?”
Così facendo, invitiamo l’interlocutore ad assumersi la responsabilità di avanzare una richiesta chiara. Magari si rifiuterà, il che va benissimo, ma, se lo farà, potrà ricavarne grande utilità. A questo punto starà a noi decidere se accogliere la richiesta, anche se non siamo tenuti a farlo.
Lavorare in questo modo con le mie lamentele (e con quelle degli altri), mi consente, da un lato, di guarire eventuali ferite e dall’altro di assumermi la responsabilità di trasformare la situazione. E tu come potresti individuare i tuoi lamenti interiori trovando un modo per gestirli efficacemente?
Autore: Leo Babauta
Traduzione: Zen Habits in italiano
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